La diversificazione è l’unica regola degli investimenti che riduce il rischio senza ridurre, in media, il rendimento atteso. L’idea è semplice: se distribuisci i soldi su molti investimenti diversi, un singolo problema pesa poco sul totale.
I livelli della diversificazione
- Tra aziende: centinaia di titoli invece di pochi.
- Tra paesi: non dipendere dall’economia di una sola nazione.
- Tra settori: tecnologia, salute, energia, finanza e così via.
- Tra asset class: azioni, obbligazioni e altro, che reagiscono in modo diverso.
Chi nel 2000 aveva investito tutto in poche aziende tecnologiche ha visto perdite superiori al 70%, e alcune di quelle aziende non si sono mai riprese. Un ETF mondiale ha invece recuperato nel giro di alcuni anni.
Le trappole
Possedere molti ETF non significa essere diversificati. Due ETF possono contenere in gran parte le stesse aziende: è l’overlap. Per farti un’idea, guarda i primi titoli nella scheda di ciascun ETF, dal Catalogo.
Un ETF sull’MSCI World e uno sull’S&P 500 hanno in comune gran parte delle grandi aziende americane: tenerli entrambi aumenta il peso degli Stati Uniti, invece di ridurlo.
C’è poi la concentrazione nascosta dentro gli indici stessi. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno rappresentato circa il 70% dell’MSCI World, e le prime dieci aziende circa un quarto dell’indice. Non è un difetto, ma è bene saperlo.
Cosa la diversificazione non fa
La diversificazione riduce il rischio legato a una singola azienda, paese o settore, ma non elimina il rischio del mercato nel suo insieme: in una crisi generale quasi tutto scende insieme. Per questo conta anche la correlazione tra gli investimenti e la scelta delle asset class.
- Diversificare riduce il rischio senza ridurre il rendimento atteso.
- Più ETF non significa più diversificazione: controlla l’overlap.
- Anche un indice mondiale ha le sue concentrazioni.